Non è una riunione di routine quella che la direzione regionale del PD pugliese terrà oggi pomeriggio, per discutere delle inchieste giudiziarie e di come partecipare alla verifica politica che con diversi obiettivi Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno sollecitato a Michele Emiliano.
C’è una parte del Pd pugliese che si acconcerebbe tranquillamente dietro Emiliano e le tesi ripetutamente espresse in questi giorni: non c’è una questione morale, perché l’amministrazione collabora e denuncia, non c’è una questione politica perché l’accogliere nella coalizione personalità e soprattutto voti provenienti dal centrodestra è quello che una politica pragmatica deve fare per non essere minoritaria, i buoni risultati di vent’anni di governo parlano, approviamo un codice etico, nominiamo due nuovi assessori, istituiamo magari, per riaccogliere i cinque stelle in maggioranza, un assessorato alla legalità e avanti come prima.
Per il Pd e il suo segretario regionale sarebbe una scelta disastrosa. Ammesso che sia vero che non ci sia nulla di penalmente rilevante oltre la compravendita di voti, la questione che si è aperta è invece certamente politica e riguarda le forme in cui, per dirla con la Costituzione, i cittadini concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Riguarda dunque i partiti che vent’anni di gestioni leaderistiche hanno espulso da ogni processo decisionale riducendoli a sigle di parcheggio del consenso. Il modello di governance della Regione è in questo senso esemplare: capi dei dipartimenti scelti dal Presidente, più potenti degli assessori, agenzie sottratte ad ogni controllo delle assemblee, un consiglio regionale che gira a vuoto, gruppi consiliari sconnessi dai loro partiti.
La parabola del Pd pugliese si è svolta tutta dentro questo modello: nessuna discussione sugli assi politici strategici, dirigenti votati a implementare sui territori le variabili geometrie del consenso emarginando i circoli locali. Le cronache elettorali degli ultimi anni lo raccontano, quelle parlamentari registrano i nomi di chi candidò nel Pd Anita Maurodinoia nel 2020 e nel 2022.
Domenico De Santis è arrivato al vertice di questo disastrato partito poco più di un anno fa, sulla scorta di un congresso celebrato “a tavolino” (lo impose Francesco Boccia, mentendo sul fatto che non si potesse attendere per farne uno vero), ma con buoni propositi e una cultura politica che facevano sperare. Il rinnovamento è però rimasto impastoiato: la riscrittura dello Statuto non è stata ancora approvata, il ritorno della militanza (la Festa dell’Unità) non si è accompagnato a una ripresa di elaborazione sui temi del futuro della Puglia, la scuola di formazione non si è vista. E in più la zavorra di organismi fatti di persone che occupano una quota ma non sanno cosa sia l’esercizio di funzioni dirigenti.
La inquietudine della base può essere una riserva di forze per De Santis per cominciare ad avventurare il Pd pugliese nei territori di un nuovo protagonismo della politica. Certo oltre alla base aiuterebbe anche una spinta dall’alto: ma se a Roma – anche nel confronto duro tra Schlein ed Emiliano – una sponda si è manifestata, manca ancora all’appello colui che tre settimane fa piazza del Ferrarese aveva incoronato nuovo leader del centrosinistra pugliese. Antonio Decaro è scomparso dai radar proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di lui.
*già pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno
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