La tipicità della tradizione calabrese: “a struncatura”
Avrò guardato troppe volte il film d’animazione Ratatouille e i signori autori di blog culinari raffinati e articoli gastronomici patinati me li ero sempre immaginati severissimi, dall’aspetto altero e dalle aspettative inarrivabili, così resto un po’ delusa quando, accingendomi a leggere una delle loro recensioni d’autore, devo tenere a portata di mano l’insulina per non svenire.
Sarà che tante volte i ristoratori quelle recensioni smielate le comprano, un po’ come fanno con le belle paroline scritte su TripAdvisor, solo più autorevoli e griffate, ma io di ristoranti cattivi, da loro, non ne ho mai sentito parlare: nessuno che abbia mangiato terribilmente e sia pronto ad esporsi per mettere in guardia il prossimo sfortunato avventore del locale, nessun buon gastro-samaritano pronto a stroncare cucina e servizio di ristoranti i cui piatti farebbero gola solo dopo avervi applicato tutti i filtri disponibili su Instagram.
Il critico gastronomico, in un mondo ideale, forte del suo sapere e del suo sentire, dovrebbe farsi beffe di querele e ristoratori improvvisati ma, in tempi di crisi, i gourmet si sono reinventati promoter e, in cambio di un tozzo di pane, una cena offerta o qualche centone, dispensano parole di marzapane descrivendo il ristoratore mecenate, redigendo poemi inneggianti a piatti sublimi, riconoscenti per servizi di sala eccellenti, invitando i gastronomadi a fermarsi a ristorarsi in queste oasi del “buongusto”, albergate in location che nelle loro odi diventano luoghi ameni dove rinfrancare palati e spiriti.
Ma in questo quadro fatto solo di locali eccellenti, dove la critica, quella vera, molto spesso tace, qualcuno doveva pur supplire all’ingrato ruolo di paladino della gastronomia ed ecco ergersi a difensori del buon cibo al giusto prezzo un esercito di prodi gourmet dai gusti disparati e dal volto coperto (dallo schermo) che urlano a gran voce per la rete opinioni non richieste e sgrammaticate, lanciando spesso strali su conti troppo salati e porzioni poco generose.
Tra opinioni farcite di cattiveria, di chi cercando slealmente di vincere la concorrenza, compila recensioni un po’ troppo fantasiose e quelle di chi regala le cinque stelline in cambio di mezza pinta di birra, fidarsi dell’avviso di questi foodies zelanti diventa come affidarsi a Nostradamus per le previsioni del meteo della prossima stagione.
Può darsi che la vena polemica dei gourmet sia universalmente esaurita o che dilaghi la paura di essere etichettati come haters, fatto sta che sul web la stroncatura scompare, ma fortunatamente non tutta. È tornata in voga, grazie all’Expo 2015, ed è sempre più condita, quella che noi eaters maggiormente amiamo: la “struncatura” calabrese.
Per farla occorre poco: mettiamo su una spianatoia mezzo chilo di farina di semola (anche se in passato venivano usati crusca e scarti della macinazione del grano), disposta a fontana, vi facciamo un incavo in cui versiamo un bicchiere d’acqua e un uovo, lavoriamo fino ad ottenere un impasto compatto e poi, con il prezioso olio di gomito, lo stendiamo e lo tagliamo a strisce più sottili delle classiche linguine.
Cuociamo la nostra stroncatura in abbondante acqua salata e quindi la serviamo nella sua versione più classica: “ammuddicata”.
Tostiamo la muddica (il pangrattato) e la mettiamo da parte. Versiamo nella padella dell’olio, vi facciamo soffriggere l’aglio e aggiungiamo le acciughe, quando queste si saranno sciolte, uniamo l’immancabile peperoncino tagliato a pezzi e delle olive grossolanamente tritate. Aggiungiamo la nostra stroncatura cotta al dente e cospargiamo di pangrattato e prezzemolo.
Voilà, un gioco da ragazzi: è semplice, costa poco ed è più facile farla che criticarla, la stroncatura è un piatto testimone della storia di una terra ricca di sapore e non sempre di risorse.

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