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    REGGIO. Compie un anno la casa accoglienza Guido Reghellin per donne vittime di violenza

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    By Antonella Ierinò on Ottobre 19, 2016 Flash news

    ReP

    “Casa Padre Giudo Reghellin, il centro di accoglienza che accoglie donne in difficoltà  con figli minori, compie il prossimo 27 ottobre,il suo primo anno di attività.  L’ esperienza è nata  dalla collaborazione di due associazioni della nostra città: l’Associazione Zedakà e il Centro Comunitario Agape, non ha altro finanziamento se non l’aiuto concreto di tante persone che condividono le finalità del servizio e che hanno assicurato il loro sostegno economico, per provvedere alla coperture delle spese  e tante sono anche le volontarie che ogni giorno donano tempo e cuore alla casa. La forma di accoglienza è quella dell’autogestione che permette alle  ospiti di essere pienamente protagoniste delle scelte del quotidiano e le aiuta a crescere nell’assunzione di responsabilità, nella collaborazione e nella capacità di autodeterminarsi.  Quella di Casa Reghellin è solo una piccola risposta al problema complesso delle donne in difficoltà della nostra città, un “pronto soccorso per le emergenze”, come un tempo privilegiato in cui poter ripensare la loro vita, affinché il tempo della crisi possa trasformarsi in una preziosa opportunità per dare una svolta significativa al loro presente e al loro futuro. Fino ad oggi sono state accolte 17 donne e 5 minori. Le donne accolte hanno tutte alle spalle un vissuto doloroso, piagate e piegate dalla sofferenza, dalle umiliazioni, dalla povertà che spesso diventa indigenza, arrabbiate con la vita, nell’assenza di fiducia e, soprattutto, di speranza sulle possibilità del futuro. Sono donne ferite spesso dalla prepotenza e dalla violenza degli uomini che hanno avuto la sfortuna di incrociare sul loro cammino, e dall’indifferenza sociale. Tutte donne coraggiose che hanno provato a lottare, ma il coraggio quando ci si trova in condizioni di povertà e emarginazione sociale da solo non può bastare a portare in salvo una vita. Alcune storie: una madre con due bambini, di nazionalità straniera, abbandonata dal marito, dopo dieci anni di matrimonio, in un paesino ormai quasi disabitato della ionica, lasciata lì dall’oggi al domani, senza soldi; un’altra donna ancora attende il ritorno dell’unico figlio che all’età di ventiquattro anni è scomparso da casa senza dare più notizie a nessuno; altre donne hanno subito la violenza fisica e psicologica dei loro compagni di vita, seguita, spesso, dall’abbandono di familiari e amici quando hanno avuto il coraggio della denuncia. Tra queste una donna che è rimasta a Casa Reghellin meno di ventiquattro ore, il tempo necessario per organizzare la partenza per la sua città natale in un altro continente che ha lasciato un suo messaggio“Sono arrivata a Casa Reghellin con tutta la mia vita schiacciata dentro due valigie, le braccia livide  e l’anima grigia… Dopo anni spesi a sopravvivere in un matrimonio che ha spento la mia solarità e soffocato la mia creatività e professionalità… ero sola; urla, violenze e senso di impotenza e di non contare nulla mi avevano frantumato l’essere. Non ero più neanche l’ombra di me stessa. Mi lasciavo alle spalle la mia casa, i miei animali e il sogno di un matrimonio felice… tutta la mia vita. Alla fine anche chi mi aveva seguita negli ultimi due anni consigliandomi la scelta della separazione, non mi aveva sostenuta disorientandomi ulteriormente. Non mi sono sentita capita. Fino a quando non sono arrivata a Casa Reghellin: sono stata ricevuta con un sorriso, durante il primo colloquio finalmente mi sono sentita accolta e, soprattutto, compresa. Ero finalmente a casa! Mentre organizzavo la partenza ho avuto sempre accanto a me una volontaria che mi ha sostenuta nei momenti di incertezza e di sfiducia perché ero tanto sofferente da non riuscire a prendere semplici decisioni sul mio viaggio. Sono partita l’indomani alle cinque del mattino e lei si è alzata alle quattro per stare con me, abbiamo fatto colazione, chiacchiere sul futuro, un abbraccio sul portone di casa e poi, mentre ero già nel taxi, mi ha detto: segui dritta la tua strada! Oggi ringrazio Dio che mi ha fatto trovare delle brave persone così, nonostante tutto, posso guardare indietro e pensare con affetto alla mia vita in Italia!”A Casa Reghellin accompagnare vuol dire proprio fare un pezzetto di strada assieme, anche solo per poche ore,  si cerca di dare valore al quotidiano, consapevoli che solo questo atteggiamento ci permette di toccare la vita, di starci dentro senza scappare e di amarla nelle sue ombre e nelle sue luci. Si tenta  di trasferire a queste nostre amiche soprattutto uno sguardo più ampio sulla realtà della loro storia – che loro vedono sempre e solo in negativo come fallimento irreparabile – uno sguardo più attento che, se pur nella piena consapevolezza del limite, è capace di riconoscere fra i crepacci del presente il fiore che nasce. Si può  valutare in termini positivi l’esperienza fatta durante questo primo anno. Ovviamente non sono mancate le difficoltà legate in particolare alle fragilità strutturali di alcune ospiti, soprattutto nelle relazioni,  per cui il compito più complesso delle volontarie è sicuramente quello di sostenerle nell’individuare soluzioni per vivere, tra di loro, relazioni serene.  L’ambito di maggiore criticità che si è sperimentato è il dopo Casa Reghellin: quali opportunità vengono offerte concretamente a queste donne? L’impegno  di regalare al loro orizzonte la luce della speranza rischia così di diventare una chimera. Spesso i lavori a cui queste donne possono accedere non permettono loro di essere economicamente autonome e poter così sostenere un affitto di casa con le relative utenze domestiche e provvedere ai bisogni materiali dei loro figli. Le donne senza figli che sono state  accolte, hanno potuto trovare un posto di lavoro come badante a tempo pieno, risolvendo ad un tempo anche il problema abitativo. Ma quali possibilità concrete ha una donna con uno o più figli piccoli di riprogettare la sua vita? Bisogna ricordare  che sono madri sole non soltanto per la mancanza accanto a loro di un compagno di vita ma anche per la mancanza di supporto sociale: non hanno familiari che le possono sostenere e aiutare e spesso neanche altre presenze amicali significative. Tale mancanza di sostegno sociale incide notevolmente sulle possibilità lavorative. A chi queste donne dovrebbero lasciare i loro figli durante le ore di lavoro? L’analisi dei bisogni delle madri sole chiede la collaborazione fattiva tra associazioni di volontariato e istituzioni pubbliche che si impegnino insieme a trovare delle soluzioni. Tra i bisogni hanno priorità assoluta casa e lavoro. L’auspicio è quello di potere utilizzare i beni  immobili confiscati alla criminalità che potrebbero essere destinati ad abitazioni per queste madri sole con figli minori con canoni d’affitto agevolati. Ancora  nella possibilità di borse lavoro che, spezzando le catene di un mero assistenzialismo fine a se stesso, permettano a queste donne non solo di sperimentarsi nel mondo del lavoro ma anche di attuare percorsi formativi volti alla professionalizzazione e, quindi, alla promozione della loro persona.  Queste donne hanno diritto a un lavoro dignitoso, a cui venga corrisposto un onerario altrettanto dignitoso. Per poi poter andare concretamente a lavoro hanno, inoltre, bisogno anche di luoghi come ludoteche o centri pomeridiani  per minori dove poter lasciare i loro figli durante l’orario lavorativo e centri  che offrano loro anche il sostegno e l’aiuto necessari in caso di un’emergenza improvvisa come dover andare a prendere a scuola un bambino che lamenta il mal di pancia! Sappiamo che ci sono già alcuni di questi centri nel panorama dei servizi cittadini, ma sappiamo anche che l’offerta non è sufficiente a coprire la domanda. Solo rispondendo a questi bisogni si potrà permettere a queste donne di rimettersi fiduciosamente in cammino affinché venga restituita alla loro esistenza e a quella dei loro figli la misura di dignità che le è propria.”

    Giusy Zinnarello

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    Antonella Ierinò

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