Perché ho scritto un libro, con il titolo “La Calabria spiegata agli italiani”, apparentemente un po’ presuntuoso? Perché sentivo il bisogno di rifiutare l’idea falsa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana che la Calabria sia solamente terra del male; che i calabresi, in generale, siano criminali e mafiosi magari per fatto antropologico o genetico.
Questa convinzione, questa idea un po’ ipocrita, che si ha della Calabria e della sua gente, la considero una menzogna storica “calcolata”, voluta, cercata fino a farla diventare un comodo alibi per lasciare questo sud del sud fuori dai processi di sviluppo economico e sociale del Paese, all’unico scopo – mai dichiarato – ma abbastanza evidente, di far crescere un’altra parte di Paese (il Nord) a danno di chi resta fuori: escluso, trascurato, sacrificato, lasciato ai margini della vita culturale e civile dell’Italia. Nella storia – parafrasando una celebre espressione di Bertolt Brecht – la Calabria si è seduta dalla parte del torto, dato che tutti gli altri posti erano già occupati. E in questa posizione punitiva, di torto per destino, è rimasta fin dall’inizio della vita nazionale, collocata tra le “zone da sacrificare”, in nome del progresso di altre parti d’Italia.
Dunque, i calabresi, sono responsabili di queste situazioni incancrenite sul suolo italico o sono vittime che aspettano pazienti che qualcosa prima o dopo cambi nella loro terra e intanto diventano comodo alibi per non fare nulla, discriminare, spudoratamente, contro ogni regola, ogni principio di uguaglianza e giustizia. Allora, ho scritto questo libro non per difendere la Calabria che non è difendibile per alcuni mali endemici che la aggrediscono, primo fra tutti il cancro mafioso-ndranghetistico, ma per riflettere, interrogarmi, se di fronte al male mefistofelico diffuso, al degrado civile che offende il nostro passato e umilia il nostro presente, ci sono ragioni, cause, che hanno portato le cose fino a tal punto da far diventare la nostra amata Calabria una terra senza libertà, senza diritti, senza democrazia, senza tutto.
Mi sono chiesto: perché la Calabria è così? E’ davvero così, come la descrivono i giornali, gli intellettuali, i politici per fatto atavico o antropologico? Aveva forse ragione lo scienziato criminologo Cesare Lombroso, per il quale il tipo calabrese è un delinquente naturale? E quanti sono ancora oggi, in Italia, a pensarla in questa maniera? Quanti sono i nipotini di Lombroso nel mondo politico, intellettuale, culturale italiano? La verità è che nessuno ha tentato di comprendere sul serio, con coscienza, questa strana “anomalia calabrese” nel panorama nazionale europeo ed occidentale. Mai, a nessuno, è convenuto guardare dentro la vita difficile degli uomini e delle donne in questo lembo di terra estrema dove l’Occidente e l’Oriente si mescolano, da secoli, con culture e tradizioni che si somigliano e spesso si amalgamano. Nessuno, si è mai chiesto qual è il motivo per cui le cose sono arrivate a tal punto, in questo pezzo d’Italia dove fisicamente finisce l’Europa. Nessuno, si è mai chiesto se ci sono cause storiche, o altro, che hanno impedito a quasi due milioni di cittadini italiani di valicare il muro che li separa dal resto d’Italia. Senza contare i due milioni e oltre che se ne sono dovuti andare, sparsi e spersi per il mondo, lasciando figli, mogli, affetti, mura domestiche, paesaggi, ambienti dove sono cresciuti. Queste, sono ferite che non si rimarginano mai, che restano incise, fortemente, dentro la nostra umanità.
Mi sono chiesto: come si pretende che cresca, maturi, si evolva la gente che vive da almeno due secoli in condizioni di disuguaglianza, con una classe dirigente mediocre, suddita del potere dei partiti a cui serve solamente come granaio di voti. In questo modo di vivere, succede che gli spazi lasciati vuoti tendono a riempirli le consorterie mafiose e occulte. La mafia, in un certo strato sociale sottosviluppato e incapace di reagire, rappresenta l’accesso facile alla ricchezza, offre opportunità ammorbanti che distruggono per primi coloro stessi che tendono a cogliere convenienze che convenienze non sono affatto, nell’illusione di prendere scorciatoie. Anche in questo, lo Stato, non ha capito come agire, lasciando esclusivamente all’impegno, al coraggio e qualche volta all’eroismo di magistrati, carabinieri, forze dell’ordine tutte, il compito di combattere il fenomeno e di difendere tutti noi. E’ fin dall’Unità, che quanto più sono andate avanti le altre terre italiane, tanto più l’umanità calabrese è rimasta indietro paurosamente e si sono create condizioni di imbarbarimento che non rispecchiano affatto l’indole di un popolo paziente e generoso costretto a convivere con realtà contraddittorie e a più facce.
*MIMMO NUNNARI. “La Calabria spiegata agli italiani”, Rubbettino editore, pp. 200, 15 euro.

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